Ripartire dalla comunità: “nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere”.

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La storia ci insegna che quando si verifica una catastrofe, i popoli che ne vengono colpiti ne escono sempre trasformati e quello che emerge è un “mondo completamente nuovo”.

Questa pandemia, che coinvolge il mondo intero, sta producendo una crisi sanitaria, economica e sociale, che ci proietterà in “un mondo completamente diverso da quello precedente”.

È normale in questa fase sentirsi spaesati, in preda all’angoscia e all’incapacità di intravedere una via d’uscita, questo perché siamo nel pieno di una tempesta e di cambiamenti epocali.

Ci sentiamo confusi e privi di orientamento, ma alla fine di questa fase, lo spirito di sopravvivenza che è insito nel genere umano farà crescere in noi la forza di ricominciare.

La domanda sorge spontanea in ognuno di noi, da dove ricominciare?

L’unica possibilità che abbiamo, per proiettarci nel futuro e capire la strada da percorrere, è quella di comprendere chi siamo e da dove veniamo, partire dall’unica certezza che abbiamo “essere comunità”, soprattutto in questa fase in cui si sono sbriciolate tutte le nostre certezze che avevamo prima.

Dovremmo abbandonare la concezione dell’individuo “al centro del mondo”, che si crede “proprietario del mondo”, e riscoprire l’importanza dell’individuo inserito in una comunità.

In questo momento di sofferenza, che coinvolge tutti, è emerso con forza la compattezza dell’organizzarsi in comunità, intesa nel senso di cerchi concentrici, partendo dalla famiglia, per poi allargarsi al Comune, alla Regione, alla Nazione.

Ognuno deve essere responsabile verso se stesso e verso gli altri, e deve emerge il senso di appartenenza alla propria comunità, incentrata sul valore profondo della solidarietà. Stringiamoci tutti insieme e impegniamoci a ricostruire un modello sociale con al centro le nostre comunità di appartenenza, partendo anche dal proprio comune, con lo spirito di mettersi al servizio della propria comunità, perché “nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere”.

 

Modalità di contabilizzazione ricavi AWP (slot), gestori ed esercenti operano in esenzione IVA

La società “terza incaricata”, svolge attività nel settore degli apparecchi da intrattenimento che erogano somme in denaro di cui all’articolo 110, comma 6, del TULPS, in qualità di gestore, che presta a favore dei Concessionari (operatori a cui l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno affidato la rete telematica del gioco lecito di cui all’art. 14-bis, comma 4 del DPR 640/1972) il servizio di raccolta delle somme giocate con gli apparecchi da intrattenimento.

Tale servizio rientra nel campo di applicazione dell’esenzione IVA disposta dal numero 6) dell’articolo 10 del DPR 633/1972. L’articolo 1, comma 497, della legge 30 dicembre 2004, n.311 ha, infatti stabilito che “l’esenzione di cui all’art.10, primo comma, numero 6) del DPR 633/1972 si applica alla raccolta delle giocate con gli apparecchi da intrattenimento di cui all’art. 110 comma 6 del TULPS, anche relativamente ai rapporti tra i concessionari della rete per la gestione telematica ed i terzi incaricati della raccolta stessa”.

Quanto sopra esposto è stato confermato dall’Agenzia delle Entrate con la circolare 13 maggio 2005 n.21, con la quale è stato, in particolare, precisato che l’esenzione esplica efficacia, “ in forza dell’art.1 comma 497 della legge n.311 del 2004, nei rapporti tra concessionario e terzi incaricati della raccolta delle giocate, cioè i rapporti che il concessionario instaura sia con l’esercente, sia con il c.d. gestore, ovvero con qualsiasi altro soggetto autorizzato dal concessionario alla raccolta delle giocate”.

Per quanto attiene all’obbligo di fatturazione delle operazioni esenti, l’articolo 21, comma 6 del DPR 633/1972 prevede che “la fattura emesse anche per le tipologie di operazioni sottoelencate e contiene, in luogo dell’ammontare dell’imposta, le seguenti annotazioni con l’eventuale indicazione della relativa norma comunitaria o nazionale; … c) operazioni esenti di cui all’art. 10, eccetto quelle indicate al n.6

Pertanto, in base al tenere letterale della citata norma, le operazioni esenti di cui al numero 6 dell’art.10 del DPR 633/1972 non rientrano tra quelle per le quali deve essere emessa la fattura. Ne consegue che le suddette attività di raccolta delle somme giocate, svolte da terzi incaricati (gestore ed esercenti) a favore dei concessionari, sono operazioni escluse dall’obbligo di fatturazione. In altri termini, il gestore e l’esercente non sono tenuti ad emettere fattura per il servizio di raccolta delle giocate che esplicano a favore del concessionario.

Tale quadro normativo è stato ulteriormente confermato con la Circolare del 2014 denominata “Metodologia di controllo – sale giochi e biliardi”, emessa dalla Direzione Centrale Accertamento dell’Agenzia delle Entrate

In tale circolare è stato definitivamente precisato come il sistema di rilevazione contabile dei proventi debba fondarsi sul principio della ‘competenza economica’ (art. 109 Tuir), certificato dai rendiconti predisposti dai concessionari di rete, sulla base dei dati di raccolta rilevati periodicamente dalla lettura telematica degli apparecchi.
Nel quadro tipico, pertanto, il gestore di slot (raccoglitore), rileverà tra i ricavi di conto economico la sola propria quota di compensi contrattualmente prevista, mentre le ulteriori (ingenti) somme di denaro raccolte saranno iscritte in cassa (e banca) dell’attivo patrimoniale e, in contropartita, tra i debiti, con separata indicazione delle somme dovute al concessionario a titolo di Preu, canone di concessione e compenso del concessionario stesso, nonché delle quote di compensi di competenza degli esercenti. Il tutto come rilevato ad ogni ‘scassettamento’ presso i locali, e comprovato da appositi ‘verbali’ o distinte di incasso.

Al ricevimento dei rendiconti (con cadenza quindicinale) il gestore dovrà quindi rettificare gli importi rilevati nei propri registri contabili, per allineare i dati di raccolta per cassa con le letture telematiche fornite dal concessionario, in base al richiamato principio di competenza.

Gli esercenti iscriveranno tra i ricavi esclusivamente la propria quota di compensi ricevuta dal gestore, comprensiva di eventuali bonus o premi di raccolta, rettificando la stessa sempre sulla base dei rendiconti predisposti dal concessionario e trasmessi dal gestore.

Tale rettifica, potrà essere effettuata anche trimestralmente o quanto meno annualmente in chiusura di esercizio, sulla base del c.d. venticinquesimo rendiconto riepilogativo predisposto dal concessionario.

Bando di Finanziamento Macchinari Innovativi: definiti i tempi per la presentazione delle domande. Modalità operative

fabbrica-intelligenteSono state fissate le modalità e l’iter per la presentazione delle richieste di accesso alle misura Macchinari Innovativi.

A partire dal 9 gennaio 2019 le imprese avranno l’opportunità di verificare il possesso dei requisti tecnici e delle necessarie autorizzazioni per accedere e utilizzare la procedura informatica.

Dal 15 gennaio 2019 le aziende potranno compilare l’istanza, immettendo le informazioni e i dati richiesti, caricando la domanda e generare il codice di predisposizione della domanda necessario per l’invio della stessa.

Dal 29 gennaio 2019 le imprese potranno inviare la domanda di partecipazione.

La Misura Macchinari Innovativi è l’agevolazione messa a disposizione dal Ministero dello Sviluppo Economico, con l’obiettivo di sostenere la realizzazione, nelle Regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), di programmi di investimento diretti a consentire la transizione del settore manifatturiero verso la cosiddetta “Fabbrica intelligente”.

La misura sostiene gli investimenti innovativi che, in coerenza con il piano nazionale “Impresa 4.0” e la Strategia nazionale di specializzazione intelligente, consentono l’interconnessione tra componenti fisiche e digitali del processo produttivo, innalzando il livello di efficienza e di flessibilità nello svolgimento dell’attività economica, favorendo l’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature strettamente funzionali alla realizzazione dei programmi di investimento, nonché programmi informatici e licenze correlati all’utilizzo dei predetti beni materiali.

Per “Fabbrica intelligente”, si intende il settore applicativo della Strategia nazionale di specializzazione intelligente che fa riferimento a soluzioni tecnologiche destinate all’ottimizzazione dei processi produttivi e di automazione industriale, alla gestione integrata della logistica in rete, alle tecnologie di produzione di prodotti realizzati con nuovi materiali, alla meccatronica, alla robotica, all’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) avanzate per la virtualizzazione dei processi di trasformazione e a sistemi per la valorizzazione delle persone nelle fabbriche.

Le agevolazioni sono concesse, nella forma del contributo in conto impianti e del finanziamento agevolato, per una percentuale nominale calcolata rispetto alle spese ammissibili pari al 75 %. Il finanziamento agevolato, che non è assistito da particolari forme di garanzia, deve essere restituito dall’impresa beneficiaria senza interessi in un periodo della durata massima di 7 anni a decorrere dalla data di erogazione dell’ultima quota a saldo delle agevolazioni.

Il mix di agevolazioni è articolato in relazione alla dimensione dell’impresa come segue:

  • per le imprese di micro e piccola dimensione, un contributo in conto impianti pari al 35 % e un finanziamento agevolato pari al 40 %;
  • per le imprese di media dimensione, un contributo in conto impianti pari al 25 % e un finanziamento agevolato pari al 50 %.

I programmi di investimento ammissibili devono:

  • prevedere spese non inferiori a euro 500.000,00 e non superiori a euro 3.000.000,00;
  • essere realizzati esclusivamente presso unità produttive localizzate nei territori delle Regioni meno sviluppate;
  • prevedere l’acquisizione dei sistemi e delle tecnologie riconducibili all’area tematica “Fabbrica intelligente” della Strategia nazionale di specializzazione intelligente, come elencati negli allegati alla normativa di riferimento.

I beni oggetto del programma di investimento devono essere nuovi e riferiti alle immobilizzazioni materiali e immateriali, come definite agli articoli 2423 e seguenti del codice civile, che riguardano macchinari, impianti e attrezzature strettamente funzionali alla realizzazione dei programmi di investimento, nonché programmi informatici e licenze correlati all’utilizzo dei predetti beni materiali.

Le spese correlate ai programmi di investimento devono essere:

  • relative a immobilizzazioni materiali e immateriali, nuove di fabbrica acquistate da terzi;
  • riferite a beni ammortizzabili e capitalizzati che figurano nell’attivo patrimoniale dell’impresa e mantengono la loro funzionalità rispetto al programma di investimento per almeno 3 anni dalla data di erogazione a saldo delle agevolazioni;
  • riferite a beni utilizzati esclusivamente nell’unità produttiva oggetto del programma di investimento;
  • pagate esclusivamente in modo da consentire la piena tranciabilità delle operazioni;
  • conformi alla normativa comunitaria in merito all’ammissibilità delle spese nell’ambito dei programmi cofinanziati dai fondi strutturali programmazione 2014-2020;
  • ultimate non oltre il termine di 12 mesi dalla data del provvedimento di concessione delle agevolazioni, fermo restando la possibilità da parte del Ministero di concedere, su richiesta motivata dell’impresa beneficiaria, una proroga del termine di ultimazione non superiore a 6 mesi.

Sono disponibili 340 milioni per questa misura, che è a valere sul PON Imprese e Competitività 2014-2020 FESR e sul collegato Programma nazionale complementare di azione e coesione.

Credito d’imposta Ricerca e Sviluppo, agevolabili le attività che hanno il requisito della novità

A seguito della Risoluzione n.46/E del 22/06/2018, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che le attività ammesse al beneficio del Credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo, debbono possedere il requisito della novità e del rischio finanziario, cioè è possibile finanziare anche le attività che hanno un insuccesso tecnico o economico.

L’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 (convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9), interamente sostituito dall’articolo 1, comma 35, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, e successive modifiche, riconosce a tutte le imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo, “a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020”, un credito di imposta commisurato alle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media  dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico del 27 maggio 2015 (di seguito decreto attuativo), sono state disciplinate le modalità attuative dell’agevolazione.

Sono ammesse al credito d’imposta le seguenti attività di ricerca sviluppo:

  • lavori sperimentali teorici svolti, aventi quale principale finalità l’acquisizione di nuove conoscenze sui fondamenti di fenomeni e di fatti osservabili, senza che siano previste applicazioni o usi commerciali diretti;
  • ricerca pianificata indagini critiche miranti ad acquisire nuove conoscenze, da utilizzare per mettere a punto nuovi prodotti, processi o servizi o permettere un miglioramento dei prodotti, processi o servizi esistenti ovvero la creazione di componenti di sistemi complessi, necessaria per la ricerca industriale, ad esclusione dei prototipi di seguito indicati;
  • acquisizione, combinazione, strutturazione e utilizzo delle conoscenze capacità esistenti di natura scientifica, tecnologica, commerciale allo scopo di produrre piani, progetti o disegni per prodotti, processi o servizi nuovi, modificati o migliorati. Rientrano in tale tipologia di attività anche quelle destinate alla:
  • definizione concettuale, pianificazione e documentazione di nuovi prodotti,processi e servizi, compresa l’elaborazione di progetti, disegni, piani e altra documentazione, inclusi gli studi di fattibilità, purché non destinati ad uso commerciale;
  • realizzazione di prototipi utilizzabili per scopi commerciali e di progetti pilota destinati a esperimenti tecnologici o commerciali, quando il prototipo è necessariamente il prodotto commerciale finale e il suo costo di fabbricazione è troppo elevato per poterlo usare soltanto a fini di dimostrazione e di convalida;
  • produzione collaudo di prodottiprocessi e servizi, a condizione che non siano impiegati o trasformati in vista di applicazioni industriali o per finalità commerciali.

Sono agevolabili gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo effettuati dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31.12.2014 e fino a quello in corso al 31.12.2020(anni 2015 – 2020 per i soggetti solari). L’agevolazione spetta quindi per 6 periodi d’imposta, anche in caso di modifica all’ambito temporale dell’esercizio sociale (R.M. 9.10.2017, n. 121/E).

Ai fini della determinazione del credito d’imposta sono ammissibili i costi di competenza, ai sensi dell’art. 109, D.P.R. 917/1986, del periodo d’imposta di riferimento, direttamente connessi allo svolgimento delle attività di ricerca e sviluppo ammissibili, quali:

  • i costi relativi al personale impiegato in attività di ricerca e sviluppo (ivi inclusi i costi sostenuti per i contratti di somministrazione di lavoro; R.M. 19.7.2016, n. 55/E);
  • le spese relative a contratti di ricerca stipulati con Università, enti di ricerca e organismi equiparati, nonché con altre imprese, comprese le start up innovative, diverse da quelle che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa (cd. ricerca extra-muros);
  • le spese relative a competenze tecniche privative industriali relative a un’invenzione industriale o biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale, anche acquisite da fonti esterne;
  • le quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti e attrezzature di laboratorio, nei limiti dell’importo risultante dall’applicazione dei coefficienti stabiliti con il D.M. 31.12.1988, in relazione alla misura e al periodo di utilizzo per l’attività di ricerca e sviluppo e comunque con un costo unitario non inferiore a € 000 al netto dell’Iva.

A partire dall’ 1.1.2017, la misura del credito d’imposta è pari al 50% per tutti i costi, senza quindi più alcuna distinzione in base alla tipologia di costi (art. 1, co. 15, L. 232/2016).

L’aliquota del 50% si applica come già evidenziato alla differenza tra:

  • l’ammontare complessivo delle spese per investimenti in ricerca e sviluppo per il quale si intende accedere al beneficio;
  • la media aritmetica delle medesime spese realizzate nei tre periodi d’imposta precedenti a quello di prima applicazione dell’agevolazione, vale a dire 2012, 2013, 2014 (ovvero nel minor periodo di riferimento in caso di imprese di nuova costituzione).

Il confronto va effettuato prendendo a riferimento le spese ammissibili sostenute nei periodi d’imposta rilevanti ai fini della media e le spese sostenute nel periodo d’imposta in relazione al quale si intende accedere al beneficio, a prescindere dalla circostanza che le spese sostenute nei periodi della media e quelle sostenute nel periodo in cui si intende beneficiare dell’agevolazione appartengano a categorie diverse tra quelle ammesse al credito d’imposta.

Il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo non essendo sottoposto ad alcuna istanza preventiva è utilizzabile esclusivamente e automaticamente in compensazione nel Modello F24 (codice tributo 6857), mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline) a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in cui i costi sono stati sostenuti.

Montoro e Area Vasta tra errori e prospettive

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In questi giorni si parla molto di Area Vasta.

L’amministrazione comunale di Montoro, in un primo momento ha scelto di aderire all’area Vasta di Avellino, il cui comune capofila è la Città Capoluogo e che a detta del suo primo cittadino, ha l’obiettivo di “ sviluppare il tema della Città Capoluogo di 130.000 abitanti”, con il rischio che il nostro territorio si potrebbe trovare ai margini di questa grande area urbana.

Successivamente, il Sindaco di Solofra è riuscito a mettere insieme i comuni dell’alta e bassa Valle dell’Irno, così da istituire l’Area Vasta dell’Irno, a cui ha aderito ulteriormente anche il Comune di Montoro.

Personalmente, penso che l’amministrazione Bianchino abbia commesso un errore nell’aderire a entrambe le aree, perché rischiamo di ricoprire un ruolo marginale ed essere ininfluenti in entrambe, oltre che sembra in contrasto con la filosofia che è alla base della programmazione 2014-2020. Un errore che è di valutazione, politico e programmatico.

Errore che ha evitato, ad esempio, il comune di Ariano Irpino che non ha aderito all’area del comune capoluogo e si è messo a capo del raggruppamento dei comuni dell’Ufita, del Calore, del Miscano e del Cervaro e ha costituito così l’Area Vasta dell’Ufita, con Ariano Irpino comune capofila.

L’amministrazione comunale di Montoro avrebbe dovuto essere lei il motore propulsivo dell’Area Vasta della Valle dell’Irno, per una serie di ragioni.

Innanzitutto perché più attinente alle nostre caratteristiche territoriali, inoltre perché dovevamo “giocarci” il ruolo di “comune capoluogo” di questa area, e principalmente perché doveva essere nostra la conduzione della progettazione per quanto riguarda le politiche di risanamento ambientale e di sviluppo, tanto decantate in campagna elettorale. Infine, perché negli ultimi anni, i nostri sindaci o loro delegati, hanno sempre ricoperto ruoli di leadership nell’ambito della Comunità Montana, comuni che sono ricompresi in questo accordo.

In questa circostanza non abbiamo fatto prevalere nemmeno il fatto di essere dimensionalmente più grandi, ci siamo dimenticati di essere il terzo comune della Provincia di Avellino, dimostrando che in politica, a volte, i numeri non contano, ma vale molto di più la capacità di avere idee e prospettive ed essere aggreganti introno ad un progetto.

Secondo il mio modesto parere, la nostra amministrazione, ha dimostrato scarso orientamento di lungimiranza politica e scarsa capacità di essere punto di raccordo tra enti, per immaginare e ricoprire un ruolo diverso nello sviluppo di questo territorio ampio. Molto probabilmente, il narcisismo politico-amministrativo e la presunzione di ritenere le proprie capacità superiori ed indiscutibili non ci porteranno lontano, così come ci insegna il racconto della mitologia classica.

“La programmazione 2014-2020 dei Fondi Europei individua nelle città e nelle Aree Urbane contigue i nodi e i poli di eccellenza territoriale, chiamandole ad assumere, nella stagione programmatoria 2014-2020, un ruolo propulsore dello sviluppo non solo per sé, ma anche e contestualmente per i territori di riferimento, guardando alle vocazioni ed opportunità locali, progettando e promuovendo reti di alleanze e di complementarietà con altri contesti nazionali ed europei”.

La peculiarità di questa programmazione dei Fondi Europei si basa su un’ottica diversa rispetto a quella passata, in quanto si vuole perseguire una competitività in chiave sovra-locale, attraverso logiche di integrazione delle sinergie locali, patti tra gli attori istituzionali, sociali ed economici tramite rete di alleanze tra territori. Quindi, una logica completamente diversa da quanto intende anche qualche nostro amministratore montorese, che per giustificare la scelta dell’adesione alle due aree, ha dichiarato che intendono prendere un po’ di fondi da entrambe le parti. Se seguiamo questo loro ragionamento, allora dovremmo aderire anche all’Area Vasta dell’Ufita ? Così possiamo attingere Fondi da tre aree?

L’area Vasta della Valle dell’Irno ha una grande opportunità, se saputa sfruttare, superando i campanilismi e guardando allo sviluppo di questo intero bacino.

Questa programmazione dovrà essere utilizzata per presentare progetti qualificanti e strategici, senza ridursi, come avvenuto in passato, ad una pedissequa e precisa divisione dei fondi tra i comuni partecipanti, e poi ognuno li spende in modo singolo senza prevedere una integrazione e uno sviluppo di sistema.

Le direttrici che dovrà prevedere, a mio avviso, la progettazione per l’Area Vasta della Valle dell’Irno, dovrebbero essere quello ambientale e dello sviluppo.

Il risanamento ambientale, partendo dalla bonifica della Solofrana dovrà essere una priorità, e stando anche alle dichiarazioni del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, sarà sicuramente finanziato.

L’area relativa ai comuni tra Fisciano, Mercato San Severino e Montoro si caratterizza per esprimere realtà aziendali che sono leader nel settore del trasporto su gomma e dell’agroalimentare. Su questi settori dovrebbe concentrarsi la programmazione dei fondi 2014-2020, coinvolgendo in modo diretto gli imprenditori di queste importanti realtà. Un’opportunità, a ridosso di questi territori, potrebbe essere quella di sviluppare un polo logistico che possa essere da supporto e a servizio di questa tipologia di attività, creando così una serie di servizi necessari anche per la retroportualità di Salerno.

Per quanto riguarda il settore gastronomico/turistico.

Quando parliamo di turismo nella nostra area, come prima cosa, ci dobbiamo rendere conto che non abbiamo come risorsa né il mare né attrazioni storiche e culturali tali da poter attrarre flussi di massa di turisti, ma bisogna puntare su altro, sui prodotti di qualità che il nostro territorio ci offre.

Dovremmo essere più realisti, e considerare come obiettivo quello di conquistare quella nicchia di mercato che è rappresentata da quei viaggiatori e consumatori responsabili in cerca delle identità locali, i cosiddetti “turisti della domenica”. Oggi, si sta diffondendo la cultura del consumatore che cerca le antiche tradizioni culinarie, i prodotti locali ed è attento alla biodiversità. Sono rappresentati da tutti coloro che ricercano nel cibo, una esperienza che esalta gli odori e i sapori legati ad un territorio e alla capacità di chi li cucina, abbinandolo alla riscoperta di luoghi che hanno una storia, una cultura, delle tradizioni da raccontare e far “vivere”, e che per questi motivi sono fuori dai circuiti del turismo di massa. Dovremmo, in sostanza, “prenderli per la gola”, e successivamente, coinvolgendo le associazioni locali, proporre, alla fine dell’esperienza culinaria, una visita giudata alle nostre bellezze storico-paesaggistiche.

Questa programmazione 2014-2020, si configura come un nuovo modello di Governance urbano, volto a realizzare azioni strategiche dirette al riequilibrio socio-economico e al rilancio della competitività di questo intero territorio della Valle dell’Irno.

Sfruttiamo questa opportunità per cresce e svilupparci tutti insieme, mettendo da parte i singoli protagonismi, coinvolgendo le realtà sociali e imprenditoriali presenti.

Il difficile ruolo del sindaco

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In queste settimane si sono susseguite vicende diverse e non connesse tra loro  che hanno riguardato alcuni Sindaci del nostro Paese, tra minacce subite e coinvolgimenti giudiziari.

Il Sindaco di Licata, in Sicilia, ha subito l’incendio della propria abitazione, per le azioni poste in essere contro l’abusivismo edilizio. Denunce e proteste contro il Sindaco di  Agrigento per la stessa ragione, così come minacce ha subito il sindaco di Bari. Come segnalato, in un comunicato dell’ANCI, “quotidianamente Sindaci non solo del Sud ricevono minacce, aggressioni, intimidazioni nello svolgimento delle proprie funzioni per affermare prima di tutto il rispetto delle regole”. Vicende diverse hanno coinvolto, il Sindaco di Lodi che è stato arrestato ed è indagato per turbativa d’asta per una vicenda relativa alla gestione di una piscina affidata ad una Società partecipata dal Comune. Inoltre, i sindaci di Livorno e Parma hanno ricevuto un avviso di garanzia per vicende legate alla vita amministrativa delle città che governano.

Che succede ai sindaci delle nostre città ? che ruolo ricoprono ?

Certo, essere sindaci oggi, significa ricoprire un ruolo complicato e difficile, non facile da svolgere.

L’ex sindaco di Forlì, Roberto Balzani, ha intitolato un suo libro, che raccoglie le riflessioni sul suo mandato di sindaco, con un titolo emblematico “Cinque anni di solitudine”.

La sua esperienza può essere considerata emblematica di come oggi sia complicato e difficile ricoprire questo ruolo, e rappresentativa dello “sforzo” che comporta l’assunzione di una carica così  onerosa e, molto spesso, assai poco soddisfacente, come è quella che, eufemisticamente, viene considerata di «primo cittadino».

Le sue riflessioni sono attuali nel momento in cui varie vicende di cronaca, che abbiamo sottolineato, riportano all’attenzione la complessità di questa carica elettiva. Senza generalizzare, oggi il mandato di sindaco può essere una specie di calvario, che tiene lontano le migliori menti della socialità civile. La mitica società civile è poco propensa a cacciarsi nei pasticci che comporta un ruolo pieno di responsabilità, esposto a tutte le critiche e sostenuto poco sia  dal livello politico che burocratico.

Sui sindaci vengono “scaricati” problemi di ogni genere, peraltro con risorse che sono di anno in anno ridotte. Il sindaco viene visto come il responsabile di tutto ciò che accade sul territorio, a lui si rivolgono per qualsiasi problematica. Ma non sempre riescono a risolvere i problemi, soprattutto perché alla responsabilità che gli viene affidata con l’elezione diretta non segue un’autonomia politica vera, una capacità di azione, la possibilità di avere risorse umane sempre adeguate, la possibilità di dare risposte alle domande dei cittadini in un quadro di regole certe. A questo si aggiunge, che di solito, il politico, guarda al prossimo mandato e quindi, è tentato a lasciare poco spazio e visibilità alla sua squadra di governo, in cui, tra l’altro, non mancano mai quelli che sgomitano per portargli via la scena e il potere. Inoltre, la necessità di presentarsi sempre come colui che risolve i problemi in prima persona, deve fare i conti con un contesto di leggi e regolamenti, che il più delle volte si trasformano  nei  famosi lacci e lacciuoli.

Il fattore, inoltre, che rende il ruolo del sindaco tanto centrale quanto estremamente fragile e vulnerabile sulla scena politica è, infatti, la crisi che stanno attraversando i grandi partiti italiani. Il loro dissolvimento o forte ridimensionamento, ha scalfito il difficile e necessario equilibrio tra decisione e consenso.

Il sistema politico dovrebbe articolarsi su due sottosistemi principali:  l’amministrazione e i partiti. La funzione del primo è produrre decisioni, mentre al secondo viene richiesto di creare il consenso necessario al funzionamento dell’amministrazione. Detto in altre parole e con riferimento ai comuni, il sindaco deve prendere le decisioni mentre i partiti dovrebbero assolvere la funzione di creare il consenso senza il quale il governo della città è impossibile. L’attuale sistema elettorale delle amministrative sgancia gli assessori dalla competizione elettorale, in quanto  dichiara incompatibile la loro presenza in Consiglio comunale, questo perché si vuole distinguere la sfera delle decisioni da quella del consenso.

In Italia, la crisi dei partiti ha creato un corto circuito, per cui il sindaco, in assenza di partiti o movimenti politici efficienti, deve prendere le decisioni e contemporaneamente creare il consenso di cui ha bisogno per essere eletto. Inoltre, la difficile situazione che stiamo vivendo riversa sulla scrivania del “primo cittadino” qualsiasi situazione, spesso potenzialmente esplosiva, senza nessun filtro o mediazione da parte dei movimenti politici o dei partiti.

Il risultato è che molte volte i sindaci, sembrano più preoccupati di crearsi il consenso che di decidere. Questo comports un rischio non secondaro per il governo della città e per la stessa democrazia locale, perché “è nella città che si impara a diventare cittadini”, così come sostenevano i filosofi greci.

I sindaci oggi dovrebbero essere sostenuti con più determinazione nello svolgimento del loro mandato, “perché la loro capacità di amministrare i nostri Comuni e il rispetto per questo ruolo, sono un bene prezioso che va salvaguardato nell’interesse del buon funzionamento della nostra democrazia”, ma per farlo dovrebbero aprirsi di più al confronto e sentirsi meno “uomini soli al comando”.

Montoro: Don Chisciotte, Sancho Panza e la battaglia dei mulini a vento

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A Montoro le elezioni amministrative del 2014, sembravano che ci avessero consegnato un’amministrazione composta, in modo allegorico, da un Don Chisciotte e dai sui fidi scudieri rappresentati da Sancho Panza, del omonimo capolavoro di Cervantes. Vi erano stati un crescendo di annunci rivoluzionari, un nuovo alle porte, il meglio che doveva arrivare nella nostra città, grida spagnolesche, promesse messianiche.

Ma di tutta questa rivoluzione, ad oggi, non sembra esserci traccia.

Sciabolate erano state annunciate per la risoluzione della problematica ambientale e del risanamento della Solofrana.

È pur vero, che l’amministrazione di Montoro ha emesso ordinanze, decreti, scritto lettere, partecipato alle marce, ha convocato un Consiglio Comunale congiunto con il Comune di Solofra, nel quale, oltre alla normale “passerella”, avevano preso l’impegno di istituire una cabina di regia comune, ma tutto è rimasto fermo.

Gli sversamenti nel torrente continuano indisturbati, e del piano di caratterizzazione, e soprattutto della relativa bonifica dei pozzi, si sono perse le tracce.

Tutti questi atti sembrano ripercorrere quello che avviene nel capolavoro di Cervantes, il quale racconta che l’unico ad avere l’occasione di esercitare l’arte del comando è Sancho Panza, nominato per burla governatore dell’isola di Baratteria. Il meglio che resta da fare a Don Chisciotte è istruirlo sui modi in cui deve comportarsi nel nuovo incarico, un piccolo trattato politico pieno di “sagge” raccomandazioni, una di queste è:

non far tanti decreti, ma se li fai , guarda che siano giusti, e soprattutto che siano osservati ed eseguiti. Perché i decreti che non sono osservati, è lo stesso che se non esistessero; anzi, fanno credere che il principe che ebbe senno ed autorità per emanarli, non abbia poi avuto la forza necessaria per farli rispettare”.

Attenti, quindi all’annuncite.

Per Donchisciottismo si intende, la tendenza a battersi con coraggio ed entusiasmo per idee e ideali che non vengono valutati realisticamente e criticamente.

Un dizionario politico lo definisce, invece, come “atteggiamento spavaldo e vanaglorioso di chi vanta capacità rivoluzionarie e di lotta, ma è sostanzialmente impotente”. Questa impotenza, almeno su questa materia, mi ero permesso di sottolinearla in una intervista radiofonica in cui facevo riferimento che si combatteva contro un muro di gomma, ma fui rassicurato che con lui sarebbe stato diverso. Ad oggi, nulla è cambiato.

La mancanza di novità su questa materia è stata certificata anche in una nota dell’amministrazione del febbraio scorso, nella quale, su sollecitazione del Movimento politico di Sel-Montoro che chiedeva la convocazione della Commissione Ambiente per ricevere aggiornamenti sulla situazione ambientale del nostro territorio, il Presidente di suddetta commissione e il Sindaco, dichiaravano “che non appena saranno più chiari ed evidenti gli aspetti legati alla Bonifica ed al risanamento ambientale del comprensorio montorese-solofrano, sarà interesse e cura di questa Amministrazione convocare la commissione”.

Allo stato attuale la commissione non è stata convocata, e la situazione resta immutata.

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Nell’opera di Cervantes, il fido scudiero Sancho Panza vede il nemico all’orizzonte e soccombe ancor prima di mostrare la spada, ma Don Chisciotte sa che immaginando un campo di battaglia, disponendo le forze a suo vantaggio e contagiando anche altri a vedere questa sua immaginazione, riuscirà a guadagnare qualche metro, è quello che ci auguriamo per la risoluzione di questo annoso problema.

L’importante, però, è capire che non si tratta di vedere dei mulini a vento e convincersi che sono dei giganti leggendari, ma decidere che i giganti sono meno invincibili se li si tratta da mulini a vento.

Bisogna però andare alla battaglia armati fino ai denti, altrimenti si rischia di fare la stessa fine che Cervantes fa fare a Don Chisciotte nella battaglia contro il leone.

Si racconta che Don Chisciotte, smantato da cavallo, imbracciò lo scudo e la spada, ma l’animale “non badando a ragazzate né a bravate, dopo aver guardato, come s’è detto di qua e di là, si rivoltò indietro, mostrò da lontano il deretano (sedere) a Don Chisciotte, e con gran flemma e lentezza tornò a sdraiarsi in fondo alla gabbia”.

Il TAR Campania condanna il Comune di Montoro e vanifica sensibilmente la riduzione della Tassa sui rifiuti per il 2016

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Mi sembra opportuno ritornare sul tema delle aliquote comunali per la determinazione della tassazione locale. Nella seduta di Giunta Comunale del 22 febbraio scorso, sono state stabilite le aliquote, che determineranno poi la tassazione a carico dei contribuenti montoresi per l’anno 2016, per quanto riguarda l’IMU, la TASI, l’addizionale comunale IRPEF e la TARI (tassa sui rifiuti).

In merito alla TARI, vi è una notizia positiva e una negativa.

In questa seduta di Giunta, è stato approvato il PIANO FINANZIARIO ANNO 2016 RELATIVO AL SERVIZIO DI GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI, il quale, costituisce lo strumento attraverso cui i Comuni definiscono la propria strategia di gestione dei rifiuti urbani e individua i costi fissi ed i costi variabili inerenti al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, che determina il costo che poi sarà sostenuto dai cittadini, nella sua interezza, attraverso la TARI.

Dopo l’aumento del costo, di circa 50.000 euro, avvenuto con il piano finanziario 2015 rispetto a quello del 2014, per l’anno 2016 è stato confermato lo stesso costo in € 2.940.000 così come da delibera n. 47 del 22/02/2016. Pertanto, si conferma lo stesso costo nella gestione dei rifiuti urbani rispetto all’anno 2015,  nonostante ci sia stato una razionalizzazione del piano di raccolta che ha previsto, anche, la riduzione di un giorno della raccolta dei rifiuti indifferenziati.

 Il fatto positivo, però, è che quest’anno, si potrà beneficiare di una riduzione dei costi per euro 200.000,00 dovuto ai proventi ricavati dal riciclo dei rifiuti differenziati, e che da piano finanziario potrebbe comportare una riduzione della TARI, per le utenze domestiche in media del 6,5% e per le utenze non domestiche una riduzione media del 16.50%.

In definitiva, il costo della gestione dei rifiuti, si riduce da 2.940.000 euro a 2.740.000 euro per l’anno 2016.

Ho usato il condizionale non a caso, perché, ed è questo l’aspetto negativo, nella stessa delibera si prevede “che unitamente al Ruolo 2016 saranno riscossi dai Contribuenti ulteriori  125.000 euro, in esecuzione alla Sentenza TAR CAMPANIA n.239/2016 del 25.01.2016″, annullando quasi del tutto il vantaggio delle economie realizzate con il riciclo dei rifiuti.

Questa sentenza ha condannato il Comune di Montoro a recuperare 125.000 euro dai cittadini, perché l’amministrazione comunale ha approvato in ritardo le aliquote dei tributi locali dell’anno 2015, nello specifico li ha approvati in data 3 settembre 2015, “e quindi successivamente alla scadenza del termine imposto dalla legge per la determinazione delle aliquote e delle tariffe dei tributi locali, e che si individua in quello “fissato da norme statali per l’approvazione del bilancio di previsione, ne consegue che le tariffe TARI oggetto della Delibera gravata, in quanto approvate oltre il termine perentorio del 30.07.2015, non sono applicabili con riferimento all’anno 2015″.

Quindi il vantaggio creato dai proventi derivanti dal riciclo dei rifiuti differenziati, quantificato in euro 200.000, viene sensibilmente ridotto per il recupero di 125.000 euro, dovuto al mancato rispetto dei termini di legge per la comunicazione al Ministero delle Economie e delle Finanze  delle aliquote e delle tariffe dei tributi locali riferite all’anno 2015.

Quindi, in definitiva, per l’anno 2016 si prospetta una riduzione della TARI a vantaggio dei cittadini di solo qualche euro.

Per quanto riguarda l’IMU e la TASI, questi due tributi sono stati eliminati per le abitazioni principali dal Governo Renzi, e rispetto allo scorso anno, che erano fissate dall’amministrazione comunale nella misura massima del 10,60 %, si sono ridotte al 10,30%, ricordando che nel 2016 colpiranno sono i contribuenti che sono proprietari di un’abitazione diversa da quella principale (sostanzialmente le seconde case).

La Giunta Comunale di Montoro, infine, ha confermato l’aliquota IRPEF dello 0,7% senza scaglioni, che permette un gettito di entrata nelle casse comunali di  1.000.000 euro, rispetto alla soglia massima consentita dalla legge dello 0,8%.

Link della sentenza:

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=TWQPHMJEIYA3KAIZYXN6ABCEUA&q=

Scomparsa del dottore Forte: “vecchio saggio dal pensiero lento”

Forte

La scomparsa del dottore Giovanni Forte, segna anche la fine della storia della tradizione dei democratici cristiani di Montoro. In questi giorni, si sono succedute molte parole di commiato, che hanno messo in evidenza tutti gli aspetti del suo carattere mite e la sua capacità di analisi sempre lucida. Io, che lo conoscevo poco, sono stato sempre attratto ed ho sempre apprezzato una sua qualità, la lentezza nell’esprimere le sue idee, mi piacerebbe dire la sua “lentezza di pensiero”, sia che fosse un’intervista o un intervento ad un convegno o semplicemente un colloquio privato. Questo suo modo flemmatico, lo portava ad esprimere opinioni che non erano mai banali o idee mai obsolete, ma dava un senso vero ad ogni suo concetto o pensiero, era un continuo arricchirsi.

Montoro ha perso uno di quei “vecchi saggi”, che sono un porto sicuro soprattutto nei momenti di burrasca.

Era espressione della Democrazia Cristiana negli della cosiddetta Prima Repubblica, la quale, da alcuni, è stata rappresentata come espressione del vecchio, di una politica lenta, ingessata, riflessiva, alla continua ricerca del compromesso e non adeguata alla velocità di cambiamento di una società in evoluzione.

Oggi si ritiene, invece, che il nuovo vale più del vecchio ed il passaggio deve avvenire in modo repentino. La politica è chiamata ad essere veloce, dinamica, all’occorrenza frenetica.

Il dottore Forte era il contrario, soprattutto nel pensiero, perché, uso le parole di Marco Follini scritte nel suo libro Elogio della pazienza, “la politica ha bisogno di tempo. E’ lenta. E la democrazia, che è fatta di tante voci, tanti interessi, tanti conflitti, è particolarmente lenta. Cammina piano, non procede a passo di carica. Riflette, non improvvisa. Elabora. Cerca di convincere, non di incalzare, tanto meno di travolgere. Il suo ritmo è quello di milioni di persone che si muovono insieme, più che quello di corridori solitari che inseguono il primato. In una parola, la politica è un ballo lento”.

Ebbene, io personalmente penso che, il dottore Forte incarnava alla perfezione questo modo di procedere e di pensare della politica.

Oggi, se ci riflettiamo, ci vogliono far credere che corriamo, che le scelte vengono prese in modo immediato, repentino, ma poi ci accorgiamo che ci troviamo in un vortice che gira solo su se stesso, di scelte che vengono solo annunciate ma mai attuate, e troppe volte le cose restano come sono.

Le sue riflessioni mai improvvisate, lo hanno portato ad individuare prima degli altri la vera novità e innovazione della politica montorese: la fusione dei due comuni. Io, ho sentito parlare la prima volta di questo concetto da lui, negli studi di Telespazio 1, durante la mia giovanile frequentazione negli anni novanta. E ne parlava come slancio storico ed ideale, senza tener conto di calcoli di vantaggi economici e tantomeno di interessi politici o miseri tornaconti elettorali, che pure hanno caratterizzato la scelta successiva.

Telespazio 1, era l’altra grande intuizione che ha avuto per il nostro territorio. La costruzione e la crescita del tessuto sociale di una comunità, passa anche attraverso la libera informazione e il racconto appassionato di ciò che accade. Era quello, un luogo di scambio culturale di idee politiche e sociali che hanno portato un grosso arricchimento alla nostra comunità.

La morte annienta la persona ma fa emergere il ricordo.

Sommessamente inviterei a ricordare il dottore Forte, dal punto di vista politico, con quella “lentezza di pensiero”, così da favorire un ritorno alla politica che sia riflessione, condivisione, in cui si cerca di convincere e non di incalzare o travolgere, quella di “un ballo lento” collettivo e non solitario. Il contesto attuale, sembra, che abbia ridotto la politica ad una corsa all’apparire o a pubblicare selfie a trentadue denti, invece, dovrebbe esserci una corsa ad esprimere idee e una tensione per le proposte.

“Oggi, forse, pazienza e prudenza, misura ed equilibrio, sono le doti migliori che ci potremmo aspettare da chi ci governa”.

Con il terremoto del 1980 un mondo è finito, ma uno nuovo è nato dalle sue macerie

terremo

In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, i trentacinque anni dal terremoto, che il 23 novembre 1980 devastò la nostra terra, con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e un magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 90 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali.

Ancora oggi il ricordo di quella tragedia storica, suscita in chi l’ha vissuta sulla propria pelle emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e dolore, un profondo senso di sofferenza e turbamento, di inquietudine e rabbia.

È nitido e vivo il ricordo del boato che precedette la scossa, qualcosa di indescrivibile, paralizzante che non ci diede nemmeno il tempo di capire che cosa stesse succedendo. In un attimo tutto si trasformò in inferno, in angoscia, per poi lasciare il posto ad un terrificante silenzio.

Abbiamo assistito alla morte di un mondo, di un modo di vivere, quel terremoto ha segnato la fine di una civiltà aprendone una nuova.

Tutti dicono che è una data, quella del 23 novembre 1980, “spartiacque”, le nostre vite sono state sconvolte duramente, non solo sotto il profilo umano e psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, ha segnato per sempre le coscienze e la sfera degli affetti più intimi.

Nei giorni successivi si sono vissuti sentimenti di dolore e di sconforto sia per il dramma delle vite spezzate ma, anche, per la distruzione della propria casa.

Distruggendo le case il terremoto ha distrutto l’identità delle persone, perché la “casa non è altro che il ritratto della coscienza di un uomo”, il luogo degli affetti, la rappresentazione urbanistica della sua visione della vita e del mondo. Perdendo la casa l’uomo perde la sua identità e il suo rifugio “sicuro”.

Ma accanto a questi sentimenti di terrore, si sono vissuti anche momenti di grande solidarietà umana, soprattutto dopo il forte grido di accusa del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e della prima pagina del Mattino con quel titolo “FATE PRESTO”, che rappresentava meglio di tutto la pressante richiesta di aiuto che arrivava dalle zone colpite.

Infatti, come sostiene Paolo Mieli, “il vero personaggio-simbolo del dopo-terremoto fu l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Fu, infatti, Pertini il primo a percepire, malgrado i ritardi nella comunicazione, quello che stava succedendo in Irpinia. E fu ancora Pertini il primo a presentarsi in televisione non solo per parlare del terremoto, ma soprattutto per puntare il dito accusatore (ed era la prima volta che questo accadeva da parte di un uomo all’apice delle istituzioni) contro un ceto politico e amministrativo, non soltanto locale, che appariva responsabile del mancato aiuto, nei giorni immediatamente successivi al terremoto”.

Per noi montoresi lo sgomento ed il terrore di quei giorni lontani, furono mitigati dalla solidarietà e dalla presenza serena e sincera della gente di Varese che, in punta di piedi, entrò nelle nostre vite, per non uscirne mai più.

Ma in quegli anni si diffuse anche un maggior senso di solidarietà, di unione, di vicinanza tra noi cittadini, si diffuse un maggior senso di attaccamento alla nostra terra, che ci ha permesso di superare quei drammatici momenti. Poi, tutto questo con gli anni si è diradato, dovuto anche alla trasformazione della nostra società, si è perso quel senso di vicinanza che ha portato ad un affievolirsi dei rapporti interpersonali e sociali.

Ma, penso, che oggi, ricordando quei tragici momenti dovremmo dire che dalle crisi, dagli eventi drammatici si può uscire, abbiamo la capacità di farcela e il metodo è proprio quello della coesione e del sentirsi appartenenti alla stessa comunità.

Per noi, cittadini di Montoro, si presenta in questo contesto storico, una nuova sfida, quella di ricostruire la nostra identità, di un comune unito a seguito della fusione delle due municipalità, avvenuta sul piano formale, ma da realizzare su quello sostanziale. Per questo abbiamo bisogno di un’amministrazione, che in modo sincero, ci faccia vivere un tempo di condivisione, di coesione, di nuove idee, che vanno oltre l’ordinarietà e l’apparenza, e che consentano la costruzione della nuova città e di uno sviluppo sostenibile. La necessità è quella di riunire il tessuto sociale di questo territorio, affinché si formi una comunità cosciente e orgogliosa di sé, unita e coesa verso il futuro, perché, come scrisse Walter Veltroni, “il futuro è l’unico tempo in cui possiamo andare”.

Con il terremoto del 1980 un mondo è finito, ma uno nuovo è nato dalle sue macerie.